Mediobanca e l’egemonia su Generali. Una storia romantica

Il consiglio di amministrazione delle Assicurazioni Generali intende appoggiare un nuovo mandato per Philippe Donnet alla guida della compagnia. E’ questo l’esito della riunione informale, scrive l’agenzia Bloomberg, dei membri non esecutivi, quindi escluso l’amministratore delegato. Sono in minoranza, dunque, Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone i quali hanno stretto un patto di consultazione che vincola la loro quota di quasi l’11% e vogliono un cambiamento. Il cda ha in tutto tredici membri: Del Vecchio può contare su Romolo Bardin, che gestisce Delfin la finanziaria di famiglia, e su Sabrina Pucci, amministratrice di Essilux; Caltagirone, oltre a se stesso (è vicepresidente) ha Paolo Di Benedetto, consigliere della Cementir. Cinque consiglieri più il presidente Gabriele Galateri sono riconducibili a Mediobanca, che ha con sé anche Lorenzo Pellicioli (De Agostini), i due indipendenti espressione dell’Assonime (Roberto Perotti e Ines Mazzilli) sono per la continuità.

 

Il patron di Luxottica, durante un pranzo di due mesi fa, aveva detto chiaramente ad Alberto Nagel che non avrebbe appoggiato Donnet, come rivela Il Sole 24 Ore. L’amministratore delegato di Mediobanca ha risposto che a decidere deve essere il consiglio non i singoli azionisti, questo dicono le regole di una public company. Caltagirone e Del Vecchio propongono un diverso modello e sono convinti che Mediobanca eserciti da almeno 80 anni sulla compagnia un ruolo egemonico, pur essendo azionista di minoranza (ora detiene circa il 13%). Che cosa faranno a questo punto? I giochi sono aperti: è forse lo scontro più acuto dopo quello avvenuto a metà degli anni ’80, con implicazioni non solo finanziarie, ma anche politiche. Torniamo indietro al 16 novembre 1984. Bettino Craxi, a palazzo Chigi da poco più di un anno, ha incrociato i ferri con Enrico Berlinguer sulla scala mobile, e sulla prima pagina della Repubblica esce un articolo al vetriolo: “Una privatizzazione di cartapesta”, “un sacrificio di Origene” per l’Iri, un regalo a Gianni Agnelli, un golpe di Enrico Cuccia. L’occasione è la proposta di affidare il controllo della Mediobanca a un sindacato paritetico fra le tre banche d’interesse nazionale che facevano capo all’Iri (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) e alcune banche straniere, tra le quali spiccava la francese Lazard. L’articolo porta la firma colta e autorevole di Cesare Merzagora, che racconta di averne discusso con Cuccia, padre padrone della Mediobanca, e di essersi dichiarato contrario. Alcuni giorni dopo, Merzagora svela in parlamento altri particolari dai quali risulta che il corollario di tutta l’operazione è aumentare la presa sul Leone di Trieste. Come? La Lazard alleata e partner, grazie al legame anche personale tra André Meyer e Cuccia, avrebbe girato alla Mediobanca il 4,8% delle Generali detenuto nella Euralux, cassaforte lussemburghese creata dai due banchieri per operare lontano da occhi indiscreti.

Merzagora sgancia un sospetto che diventa una bomba: quelle azioni sono in realtà intestate a qualcun altro, probabilmente Agnelli, attraverso la Ifint, finanziaria lussemburghese della Fiat, attraverso un prestanome, l’avvocato Joseph Loesch. Tutto sotto la regia di Cuccia. Scoppia un putiferio politico: da una parte la Dc con il segretario Ciriaco De Mita, Beniamino Andreatta, Romano Prodi presidente dell’Iri; dall’altra Cuccia e Agnelli; in mezzo, il partito repubblicano (da sempre vicino a Cuccia). Craxi fa l’elastico, non vuole dar ragione alla Dc né mettersi contro. L’operazione salta, la quota delle Generali resta in Euralux e tornerà più tardi in Mediobanca. Prodi licenzia Cuccia per limiti d’età (aveva superato i 75 anni), il banchiere prende il posto del rappresentante della Lazard e continua a comandare. Il patto di sindacato, stipulato nel 1973 e reso noto dopo oltre vent’anni, affidava “al signor Cuccia” il compito di “presiedere le riunioni e arbitrare le divergenze”. Un ruolo svolto fino alla morte, avvenuta nel 2000.

Merzagora, cresciuto alla scuola della Commerciale, aveva gestito la Pirelli e guidato brevemente la Montedison. Presidente delle Generali dal 1968 al 1979, aveva dedicato parte delle sue energie alla politica come senatore liberale, indipendente e a vita fino alla sua morte nel 1991. Nel 1955 era stato candidato al Quirinale. Nessuno poteva mettere in dubbio la sua conoscenza della finanza, degli intrighi di potere e delle assicurazioni, tanto meno la sua onestà. Unico a poter sfidare Cuccia sul suo stesso terreno, era convinto che le Generali fossero strategiche, anche se per motivi diversi rispetto all’avversario. L’ingresso di Mediobanca nella compagnia triestina era avvenuto quasi per caso a metà anni ’50. A Cuccia lo aveva suggerito il suo mentore, Raffaele Mattioli, potente capo della Commerciale: la famiglia Adler, proprietaria della cartiera Burgo, voleva vendere il suo 3,5%; era l’occasione per entrare nel salotto della Mitteleuropa, dove sedevano il barone Elie de Rothschild, il principe Marcantonio Pacelli, Gianni Agnelli e altri bei nomi del bel mondo. Cuccia era perplesso, il Leone di Trieste era prostrato dalle conseguenze del secondo conflitto mondiale e della guerra fredda. Ben presto, però, il banchiere capì che esercitando un ruolo chiave nelle Generali avrebbe potuto realizzare meglio il suo progetto da centauro (corpo pubblico e testa privata), arbitro e protettore di un capitalismo familiare sempre più a corto di capitale.

 

Nel triangolo Mediobanca-Generali-Lazard, uno dei vertici era presidiato da Antoine Bernheim, socio della banca d’affari francese, che diventerà presidente della compagnia triestina una volta scomparso Cuccia, con il quale si era rotta nel 1999 una pluridecennale amicizia: casus belli, la mancata acquisizione della Assurance générales de France, frenata dallo scetticismo di Dominique Strauss-Kahn, allora ministro delle finanze francesi. La italianità delle Generali divenne ancora una volta motivo di tensione politica. Bernheim, che aveva favorito lo sbarco in Mediobanca di Vincent Bolloré, fece il giro delle sette chiese (a cominciare da Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema) per fornire garanzie di indipendenza dalle mire del capitalismo francese, tornato di nuovo uno spauracchio con le voci di una eventuale scalata di Axa alle Generali. Bolloré ha perduto la campagna d’Italia, i barbari non bussano alle porte, è vero che il Leone ha in pancia titoli pubblici per quasi 200 miliardi di euro e anche per questo governo e parlamento drizzano le antenne, ma la partita si gioca in casa e Mario Draghi, per ora, resta fuori.