Mattarella contro la giustizia malata

“Occorre impegnarsi per assicurare la credibilità della magistratura che, per essere riconosciuta da tutti i cittadini, ha bisogno di un profondo processo riformatore e anche di una rigenerazione etica e culturale”. E ancora: “L’indipendenza della magistratura è un elemento cardine della nostra società democratica e si fonda sull’alto livello di preparazione professionale, che va accompagnata dalla trasparenza delle condotte personali e dalla comprensibilità dell’azione giudiziaria”. Sembra quasi tradire una certa irritazione l’ultimo – ennesimo – monito lanciato dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in favore di un rinnovamento etico e morale nella magistratura italiana.

 

Sono passati due anni e mezzo dallo scandalo delle nomine pilotate ai vertici dei principali uffici giudiziari del paese e la “rigenerazione etica e culturale” delle toghe, tanto auspicata dal capo dello stato, nonché capo del Csm, sembra ancora ben lontana dal realizzarsi.

L’inchiesta di Perugia nei confronti di Luca Palamara non aveva fatto altro che rivelare ciò che in realtà tutti sapevano già da tempo, vale a dire l’esistenza di un sistema di lottizzazione sistematica degli incarichi di vertice negli uffici giudiziari (soprattutto le procure) da parte delle correnti togate, degenerate in veri e propri centri di potere. Come ha reagito la magistratura di fronte a uno dei più gravi scandali della sua storia? Radiando Palamara, l’ex “ras delle nomine”, e sospendendo dalle funzioni e dallo stipendio (per periodi che vanno dai nove mesi a un anno e sei mesi) i cinque ex componenti togati del Csm che il 9 maggio 2019 parteciparono alla celebre riunione notturna in un hotel di Roma con lo stesso Palamara e con i deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri. La mancanza assoluta di una riflessione profonda nella magistratura sulle cause e sui possibili rimedi di questo fenomeno degenerativo, distruttivo della propria credibilità, è ciò che più colpisce il normale cittadino. E forse anche Mattarella.