L’ora del post populismo. Le lezioni che la destra non ha capito dalle città al voto

Le ultime elezioni amministrative in 1.200 comuni con sei capoluoghi di regione hanno prodotto effetti importanti ed evidenziato errori e tendenze. Gli effetti. Tutte le città capoluogo già governate da una forza del centro sinistra sono rimaste al centro sinistra. Bologna, Napoli e Milano lo testimoniano anche se a Napoli è scomparso il populismo di sinistra con l’azzeramento del partitino di de Magistris e con il crollo del movimento 5 stelle che nella patria di Fico e di Di Maio si è ridotto a poco più del 10% (nelle politiche del 2018 era al 52%). A Torino e Roma il ballottaggio o sostituirà i grillini con i democratici o potrà dare una brutta sorpresa, in particolare a Roma. A Trieste è in vantaggio il centro destra che aveva già il sindaco e in Calabria governava il centro destra e così è rimasto. Detta così sembra che nulla è cambiato. Ed invece molto è cambiato. È in via di estinzione quel populismo di sinistra che ha fatto molti guai in questi ultimi tempi sia sul piano legislativo che su quello istituzionale (traffico di influenza, riduzione del numero dei parlamentari, crescita economica prossimo allo zero prima della pandemia, espulsioni di massa dai gruppi parlamentari e via di questo passo) mentre il populismo di destra anch’esso non si sente troppo bene! L’altro elemento che salta all’occhio, infatti, è il mezzo flop della Lega che nelle grandi città, a cominciare da Milano, diventa un flop tondo tondo.

Nella destra italiana è apparso un vulnus strutturale che ha colpito entrambi i suoi partiti che pur avendo raggiunto dimensioni importanti nei sondaggi e nelle elezioni sono freudianamente legati alla cultura dei piccoli partiti, tesi cioè più a difendere piccole minoranze rumorose che gli interessi e la libertà della grande maggioranza degli italiani. Le polemiche sui vaccini e sul green pass ne sono la testimonianza più autorevole in un paese che per l80% si e già vaccinato e la cui grande maggioranza apprezza il green pass come strumento di libertà. Ultimo elemento di queste amministrative è l’astensione di massa. Questo dato insieme a quella strana anomalia di un parlamento che per tre volte in questa legislatura chiama un non parlamentare alla guida del governo costituiscono la prova provata di una crisi politica che si sta trasformando in crisi istituzionale senza che nessuno ne abbia consapevolezza.

Una democrazia parlamentare senza un sistema di partiti autorevoli che la innervino alla lunga non regge e alla fine l’ipotesi di una democrazia presidenziale si staglia all’orizzonte. L’entusiasmo dei vincitori e il broncio dei perdenti invece parlano di nuovo del bipolarismo e del maggioritario dopo 26 anni di macerie economiche e sociali quando in tutte le democrazie parlamentari continentali c’è il proporzionale con correzioni lasciando poi al parlamento il compito di fare e disfare le maggioranze. Come si sa errare è umano è mai come questa volta perseverare è davvero diabolico.