L’esito della battaglia tra Apple e Fortnite è un duro colpo per i nemici del mercato

Per molti papà e molte mamme, la parola “Fortnite” è spesso l’evocazione di un piccolo incubo che coincide con l’immagine inquietante dei propri figli accucciati con la schiena gobba su una sedia della loro camera da letto mentre usano la consolle per avventurarsi in sentieri che per i genitori sono per lo più sconosciuti: modalità creativa, battaglia reale, punti esperienza, salva il mondo. Molti genitori, in questi mesi, specie nelle ore più buie della pandemia, quando i videogiochi hanno rappresentato per molti bambini l’unica scappatoia possibile dai piccoli e grandi lockdown, hanno cercato senza successo di capire qualcosa in più dei loro figli provando a spiare le interminabili partite a “Fortnite” (che per chi non lo sapesse “Fortnite” è un geniale videogioco di guerra che ha all’attivo 180 milioni di utenti iscritti in giro per il mondo).

Capire i nostri figli studiando “Fortnite” non è cosa semplice, ma provare a studiare “Fortnite” per capire il nostro mondo e per capire qualcosa in più della nostra economia, può essere invece un esperimento più interessante. E nel caso specifico, la storia che oggi merita di essere raccontata è quella che riguarda la casa madre di “Fortnite”, che si chiama Epic Games, (5 miliardi di fatturato nel 2020) e che un anno fa ha ingaggiato una battaglia interessante con un gigante di nome Apple Store (64 miliardi di fatturato nel 2020). La storia è quella che forse conoscete. Ad agosto del 2020, Epic Games ha accusato Apple di aver creato un monopolio attraverso Apple Store e ha denunciato Apple all’Antitrust muovendo un’accusa ben circostanziata: Apple, secondo Epic Games, avrebbe un monopolio degli Apple store sugli iPhone, e questo monopolio, oltre che limitare la concorrenza agli altri store, garantirebbe ad Apple delle entrate esorbitanti e ingiustificate grazie a una commissione del 30 per cento applicata da Apple a tutti gli sviluppatori di app. A seguito di quella denuncia, che fece scalpore, Epic Games, che aveva provato ad aggirare le clausole di Apple Store consentendo ai giocatori di acquistare alcuni servizi direttamente dalla app di Epic Games, fu espulsa da Apple Store e fu costretta a costruire un suo store autonomo incontrando il sostegno di alcuni grandi nemici di Apple (come per esempio Spotify).

 

Un anno dopo, ecco la chicca ed ecco la notizia: l’Antitrust californiano ha posto il primo tassello della sua sentenza sul caso Apple vs Epic Games, e il primo tassello indica una direzione interessante, persino sorprendente per tutti coloro che tendono a considerare automaticamente uno spietato monopolista qualunque big tech abbia fatto fortuna nel mercato privato. E la sentenza emessa da un giudice federale della California dice questo: non c’è nessun monopolio dimostrato, non c’è nessun abuso di posizione dominante evidente, non c’è nessun ostacolo lampante alla concorrenza e le barriere all’ingresso nel mondo degli store non sono così sostanziali da impedire nuovi ingressi nel mercato. E la Corte lo fa scrivendo quattro parole che dovrebbero essere stampate in tutti i tribunali antitrust d’Europa: success is not illegal. Il successo non è illegale.

L’Economist, commentando la sentenza, ha ricordato che per Apple la via crucis giudiziaria è appena iniziata, ha ricordato che nei prossimi mesi la Mela di Tim Cook dovrà affrontare contenziosi simili anche con l’Europa e con la Corea del sud, ha ricordato che negli ultimi tempi Apple è stata comunque costretta a fare delle concessioni (accettando di consentire agli sviluppatori delle app di inviare e-mail agli utenti sui metodi di pagamento al di fuori dell’App Store). Ma il punto resta quello e resta fondamentale: avere successo non significa essere monopolisti e chi accusa un privato di essere un nemico della concorrenza forse dovrebbe prima chiedersi se il problema è la grandezza del presunto monopolista o l’incapacità da parte di chi frigna di creare una vera alternativa di successo all’Apple store di turno. Success is not illegal. Ben detto, ben fatto.