Le ultime ore di Rdc e Quota 100. Draghi attende lunedì per rottamare il grilloleghismo

Sarà un po’ come chiudere quel balcone. Il rostro da cui la meglio gioventù grillina esultò per il 2,4 per cento, il pulpito da cui s’annunciò l’abolizione della povertà, la  settimana entrante perderà molta della sua forza evocativa. Perché con la legge di Bilancio che lunedì Daniele Franco illustrerà ai suoi colleghi di governo si archivieranno Quota 100 e Reddito di cittadinanza, le due misure del famigerato “decretone” che resta  l’eredità finanziariamente più pesante dell’era gialloverde. 

Sul Rdc, la discussione s’è accesa già ieri in Cdm. Quando il ministro dell’Economia, dopo averla taciuta nella cabina di regia della vigilia, ha spiegato la norma inserita in extremis nel decreto fiscale che prevede il rifinanziamento della misura cara al M5s. Il bisticcio è stato pretestuoso perché Franco ha subito spiegato che quei 200 milioni stanziati servono a coprire il maggior tiraggio dello strumento nell’anno in corso. E però tanto è bastato a Giancarlo Giorgetti per imbastire la polemica: “Anche in virtù di questa maggiore spesa, si rende necessaria una riflessione”. Renato Brunetta ha accolto l’obiezione, auspicando un’analisi oggettiva dell’impatto del Rdc anche sul mercato del lavoro. Ed è stato allora che Stefano Patuanelli si è messo a difesa della linea del Piave, spingendo poi Draghi a intervenire: “Sulle politiche attive serve una correzione di rotta. Ma ne riparleremo quando discuteremo della legge di Bilancio”. Una tattica solo apparentemente dilatoria, se è vero che il Documento programmatico di bilancio sarà analizzato già lunedì.

E insomma l’ora delle decisioni irrevocabili è rimandata di un paio di giorni: l’ultimo weekend, l’ultima proroga ottenuta  da Bruxelles, necessaria anche a far detonare le  tensioni elettorali legate ai ballottaggi. Dopodiché, anche la più delicata delle incognite verrà squadernata. E certo per Matteo Salvini non sarà facile sopportare la rottamazione di Quota 100. E se dal centrodestra è trapelata nelle scorse ore l’ipotesi di uno stanziamento di 5 miliardi per la nuova riforma delle pensioni, ciò è dovuto al tentativo di avvelenare i pozzi. Lo si capisce dalla sincerità con cui Gilberto Pichetto, viceministro azzurro dello Sviluppo economico, uscendo dalla cabina di regia a Palazzo Chigi di giovedì sera ci confessava che “no, nessuno  sa davvero cosa ha in mente di fare Franco sulle pensioni, ma se davvero si volesse ridefinire l’intera architettura del sistema previdenziale ripartendo dallo schema nefasto della Fornero, si farebbe presto a raggiungere cifre ragguardevoli”.

In realtà, chi nel governo ha tentato di divinare le intenzioni del ministro dell’Economia negli ultimi giorni azzarda cifre assai più contenute, che s’aggirano intorno al miliardo e mezzo. Tra i cinque e i sei miliardi, su una finanziaria che dovrebbe aggirarsi intorno ai 23, secondo i tecnici del ministero del Lavoro costeranno complessivamente la riforma degli ammortizzatori sociali (3,5 miliardi) e, appunto, il superamento di Quota 100. Del resto la reticenza con cui nella Nadef si affrontava il tema, analoga a quella adottata nella stesura del Pnrr (dove la soppressione di Quota 100 era dapprima indicata esplicitamente, salvo poi essere indicata con più criptica perifrasi per silenziare le urla di Salvini), lasciano intendere che difficilmente al capitolo delle pensioni verranno dedicate risorse  ingenti. “D’altronde il fallimento della misura sta anche nel mancato ricambio generazionale”, dice Enrico Letta. “Dovevano entrare tre giovani per ogni prepensionato e invece il turnover è stato del 40 per cento”. Insomma la sperimentazione triennale varata dal Conte I – e che solo in virtù di questa sua natura transitoria era stata accettata, benché stigmatizzata, dalla Commissione europea – verrà abbandonata come si fa coi peccati da non ripetere. Intanto, chiudete quel balcone.