Le modifiche al ribasso al Rdc sono responsabilità dell’esecutivo

Il ministro dell’Economia, Daniele Franco, ha parlato dell’eliminazione, segnalata un paio di settimane fa dal Foglio, della norma che avrebbe ridotto l’aliquota marginale sui percettori di reddito di cittadinanza dal 100 all’80 per cento, rendendo così meno sconveniente lavorare. “Avevamo esaminato questa ipotesi – ha detto Franco in audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato –, l’idea è di consentire di cumulare un reddito da lavoro occasionale con una parte del reddito di cittadinanza, non riducendolo in un rapporto uno a uno”. Questa misura “avrebbe degli effetti positivi”, afferma il ministro, perché “accrescerebbe l’incentivo a tornare nel mercato del lavoro”, ma è poi è stata stralciata perché “aveva un costo e doveva essere coperta con il décalage ma i cambiamenti poi intervenuti nella struttura del Rdc hanno fatto cadere quest’ipotesi”.

Però, ha sottolineato il ministro, dato che si tratta di una misura positiva, “se nella fase parlamentare ci si volesse tornare su sarebbe una buona cosa”. È positivo che ci siano ancora dei margini per migliorare qualcuna delle più evidenti storture del Rdc, ma la ricostruzione di Franco lascia qualche perplessità. Innanzitutto perché questa misura non era una semplice “ipotesi”, ma era presente nella prima stesura della legge di Bilancio e, soprattutto, era stata annunciata in conferenza stampa a fine ottobre dal premier Mario Draghi, affiancato proprio dal ministro dell’Economia e dal ministro del Lavoro Andrea Orlando.

Se una misura di buon senso, dal costo marginale, auspicata da tutti gli esperti e da chi abbia un po’ di raziocinino, è stata eliminata dalla legge di Bilancio è perché il governo non è riuscito a riformare il Rdc. Si è fermato davanti al diktat del M5s che ha impedito di toccare qualsiasi cosa, anche per spendere meglio le stesse risorse all’interno del Rdc. Forse, come dice Franco, il Parlamento potrà metterci una pezza, ma non è un buon segnale rispetto alle reali capacità del governo di fare riforme strutturali.