L’affanno di Conte per la visita a Cingolani

Lui, l’impaccio, non lo ha sentito granché. Nel senso che a Giuseppe Conte e alla sua delegazione di governo, arrivata in visita di poca cortesia nel suo ufficio al quinto piano del Mite, Roberto Cingolani ha detto quel che per oltre una settimana è andato ripetendo ai suoi collaboratori. E cioè che “io rispondo a Mario Draghi e alle leggi della scienza, e dei giochi politici, delle mosse finalizzate alla visibilità, mi curo poco, perché non ho il bisogno, né la voglia, di essere eletto”. L’ansia, semmai, se la sono sorbita proprio i suoi assistenti, costretti per giorni a ridefinire l’agenda del ministro, così da accogliere i mutevoli capricci grillini. (Valentini segue a pagina quattro)
Perché tutto, com’è noto, inizia il primo settembre, quando Cingolani, intervenendo alla scuola di formazione di Italia viva, critica con improvvida asprezza “gli ambientalisti radical chic e ideologici” e rinnova le sue notorie posizioni sulla necessità di un approccio laico all’energia nucleare di ultima generazione. E’ lì che s’innesca la baruffa politica. Ed è lì, in quella serata di fine estate, che prende avvio anche la tragicomica cavalcata del fu avvocato del popolo verso l’incontro col ministro della Transizione ambientale, e il supplizio di chi quella riunione è chiamata a organizzarla. 

Perché sulle prime Conte sembra quasi solidarizzare, con lo scienziato milanese. “Ma perché dobbiamo condannarlo? In fondo anche lui è andato incontro alla stessa mia sorte: una frase decontestualizzata, com’è accaduto a me coi talebani, ed ecco fatto”. E però, si premurano di far sapere agli uomini di Cingolani i fedelissimi dell’ex premier, “la base è in fibrillazione, serve un chiarimento”. Ed ecco, allora, la pensata: “Perché non ci vediamo e ne parliamo?”. Non subito, però, s’affrettano a precisare a chi, dal gabinetto del Mite, si diceva  disposto a organizzare un faccia a faccia di lì a qualche giorno. “La prossima settimana il presidente ha campagna elettorale. Facciamo il 14?”. E sia.

 

Se non fosse che, pochi istanti dopo la definizione dell’intesa, alla segreteria del Mite ricevono la chiamata preoccupata da Palazzo Chigi. “Ma in che senso ‘Cingolani si fa convocare da Conte’?”. C’è chi strabuzza gli occhi, chi si chiede cosa stia accadendo. E chi, più semplicemente, consulta le agenzie.  “Conte convoca Cingolani”, dirama l’Ansa. Il tutto a una manciata di minuti dalla fine della telefonata tra il ministro e l’avvocato di Volturara. E allora tocca chiarire il malinteso. “Ma perché avete dato questa versione?”, domandano da Via Cristoforo Colombo. Ed è qui che la genialità  di Rocco Casalino esprime il suo meglio. “Be’ – spiegano dallo staff di Conte – perché abbiamo pensato chela soluzione migliore sarebbe che Cingolani venisse negli uffici del M5s a Montecitorio”. Inutile chiedere a questo punto cosa si sia pensato nei corridoi del piano più alto del Mite. Basti dire che, dopo molto negoziare, alla fine si deciderà di fissare l’appuntamento in un luogo assai informale: una trattoria nel centro di Roma. Perfino troppo informale, però. Se è vero che i consulenti della comunicazione di Conte, dopo essere tornati a chiedere un incontro nel palazzo dei gruppi della Camera, si rassegneranno a una più algida riunione in videoconferenza. “Va bene”, concedono al Mite. E si rimettono a definire l’agenda del ministro. Che resta immutata fino all’alba di ieri: quando verrà decisa la formula definitiva. “Ma non è meglio se Conte viene lì da voi al ministero? Insieme ai ministri del M5s?”. Con Patuaneli e Di Maio. Malgrado il ministro degli Esteri, che del trafficare di Conte pensa quel che pensa, con Cingolani s’è premurato di chiarire in privato, pare. 

 

Conte dal ministro della Transizione s’è sentito ripetere pochi, scarni concetti. E cioè che quando si parla del problema rappresentato dall’ideologismo ambientalista, ci si riferisce ad esempio ai piani regionali che sempre più di frequente ridefiniscono, sempre allargandolo oltre ogni immaginazione, il perimetro delle aree considerate sotto tutela paesaggistica, così che ormai sta diventando impossibile immaginare un nuovo parco eolico o fotovoltaico. “L’eccesso di ambientalismo, la sua degenerazione nella sindrome Nimby, fa danni all’ambiente e pregiudica la transizione”, dice Cingolani. Che anche sul nucleare ha rinnovato la sua posizione pragmatica: spiegando, cioè, che se le nuove tecnologie consentono di scongiurare il rischio legato alle scorie, non si vede perché, nei prossimi anni, sia da escludere a priori un eventuale ricorso a una fonte di energie rinnovabile che del resto è già utilizzata, nella sua forma più pulita e sicura, non solo dai colossi del mercato mondiale come Usa e Cina, ma anche dagli eserciti occidentali, compreso quello italiano.