La mossa Calta-Del Vecchio fa bene al capitalismo italiano

L’Isonzo, più di 100 anni dopo, torna ad essere il fronte più caldo d’Italia. L’ennesima battaglia che si combatte alle porte di Trieste per il controllo delle Generali, tuttavia, non è necessariamente terreno di cattive notizie per il capitalismo italiano. Comunque vada a finire il braccio di ferro in corso tra Mediobanca e la strana coppia costituita da Leonardo Del Vecchio e Francesco Gaetano Caltagirone, infatti, è già oggi possibile leggere alcuni segnali sostanzialmente positivi per l’evoluzione del contesto economico e finanziario del nostro Paese.

Il primo segnale interessante che si può cogliere dall’accumulo di quote azionarie della compagnia triestina da parte del “patto di consultazione” di Del Vecchio e Caltagirone è l’affermazione di un modello di “shareholder activism” in salsa imprenditorial-carismatica che raramente abbiamo avuto modo di vedere all’opera nell’ingessata struttura capitalistica italiana. Al netto di tutte le dietrologie e dei processi alle intenzioni, qui ci sono investitori con una chiara identità imprenditoriale che usano i propri soldi, in modo tutto sommato esplicito e trasparente, operando su mercati aperti, per affermare una diversa interpretazione delle strategie e delle potenzialità di una (quasi) public company. Parafrasando un classico adagio della finanza anglosassone, mettono i loro soldi dove sono le loro bocche. Lo hanno annunciato, sia pure in modo ancora non del tutto leggibile in termini industriali, e lo hanno fatto, a suon di miliardi. Scusate se è poco, per chi ha ancora davanti agli occhi il vivido ricordo di capitani tutt’altro che coraggiosi, di nocciolini duri e di cordate d’italianità sciolte al sole del primo mattino.

L’elemento che rende questo processo ancora più interessante è che tutto ciò avviene non per un’azienda con i conti in crisi, ma al contrario su un’impresa in ottima salute, che negli ultimi tempi ha sovraperformato significativamente i propri diretti competitor, avendo peraltro rispettato con grande affidabilità gli obiettivi dichiarati nei propri piani industriali, e avendo attraversato senza grossi danni uno dei momenti più difficili della storia economica del dopoguerra. Ciò conferma che un bilancio aziendale, per quanto positivo, è un po’ come l’umana bellezza: è sempre negli occhi di chi guarda. E se qualcuno ci vede non solo risultati soddisfacenti relativi al passato, ma ancora più grandi opportunità per il futuro, ciò è cosa buona e giusta, e conferma che il capitalismo è vivo, e lotta insieme ai veri imprenditori, senza alcun riguardo per la loro carta d’identità.

L’altro segnale positivo che emerge da questa tenzone vagamente cavalleresca – sì, perché per ora e per fortuna non è ancora diventato un fangoso e cruento corpo a corpo tra le trincee dei tribunali e dei consigli di amministrazione – è sul riconoscimento del ruolo di Generali nell’economia e nella società italiana, anzi in quella europea. Le interessanti provocazioni – non possiamo ancora definirli progetti industriali, in assenza di indispensabili dettagli sulle loro intenzioni future – di Del Vecchio e Caltagirone confermano che Generali è tuttora un’azienda speciale. Una grande compagnia di assicurazione, infatti, è più di una semplice impresa: è una quasi-istituzione. Nel loro ruolo di complemento alla condivisione sociale dei rischi, le compagnie di assicurazione svolgono una fondamentale funzione sociale e costituiscono pilastro della fiducia e della stabilità finanziaria. Generali – ci stanno dicendo implicitamente i due Grandi Vecchi – non è solo robusta cassaforte di asset, affidabile custode di una bella fetta di patrimonio nazionale, ma può essere piattaforma di lancio per esplorazioni di nuovi territori economici, tecnologici e di servizio. Hanno ragione.

La rivoluzione fintech ha già investito da anni la foresta pietrificata delle banche tradizionali, e ha portato maggiore efficienza, servizi di pagamento accessibili e universali, nuovi processi di accesso al credito per le piccole e medie imprese, innovazione e trasparenza. La sua sorella minore, che di nome fa un più involuto “insurtech”, è ancora in fasce, e per quanto stia scalciando come tutte le giovani promesse, non ha ancora espresso tutto il suo enorme potenziale di trasformazione del settore. Il mercato delle assicurazioni è in ritardo di un decennio rispetto alle rivoluzioni tecnologiche che hanno interessato gli altri comparti delle istituzioni finanziarie, sia per il tradizionale atteggiamento di prudenza – talvolta di conservazione – del suo management, sia per un ruolo decisamente meno attivo da parte dei regolatori, che non hanno finora facilitato il compito agli sfidanti e alle startup. Ma lo spazio per innovare c’è, già da ora: usando dati e tecnologie digitali, ripensando i modelli distributivi, ridisegnando i processi di relazione con i clienti retail e corporate, monitorando gli asset – dalle auto, alle case, agli impianti – con strumenti di controllo e gestione avanzati, passando dall’affitto tradizionale alla servitization integrale per l’enorme patrimonio di real estate in portafoglio. Del Vecchio ha sorpreso molti detrattori prima rivoluzionando l’assetto industriale di Luxottica con fusioni e acquisizioni coraggiose e poi aprendo un nuovo mercato con il recente accordo con Facebook per la produzione e distribuzione degli “smart glasses”

Avere ambizioni più alte per Generali, e – tramite esse – un po’ per tutto il Paese, non è una colpa, ma un grande merito, e uno stimolo per tutti gli imprenditori che ancora credono nel loro insostituibile compito schumpeteriano di distruzione creativa. E per quanto i manager della compagnia triestina, e con essi il team di Mediobanca che ne ha finora espresso la governance, non possano che meritare rispetto e ammirazione per i risultati ottenuti finora, è un bello spettacolo vedere questi attempati cavalieri italici sfidare in campo aperto non i mulini a vento di una finanza fatta di scatole cinesi, ma l’esercito ordinato e disciplinato dell’ex salotto buono, tuttora elegantissimo loft milanese e pur sempre cosmopolita.