La lotta alla povertà, oltre il reddito di cittadinanza: spendere di più e meglio

Dopo molti anni di colpevole disattenzione per gli investimenti pubblici, il governo guidato da Mario Draghi ha orientato la spesa pubblica verso di essi, per realizzare le infrastrutture fisiche e immateriali di cui l’Italia ha bisogno. Contemporaneamente, ha rafforzato l’affidamento dei cittadini e delle imprese sulle misure prese per contrastare la pandemia. Queste azioni vanno completate sul versante della spesa corrente, a cominciare dalle politiche di sostegno al reddito e al lavoro. Fin dall’inizio dell’attuale legislatura, si è puntato molto, quasi tutto, sul reddito di cittadinanza (RdC). Ma perfino quanti nel 2018 lo introdussero, annunciando trionfalmente l’abolizione della povertà senza preoccuparsi di riformare prima gli organi e le procedure amministrative, oggi si mostrano consapevoli dell’esigenza di correggere il RdC, mentre altri ne chiedono l’abolizione.

Sono in pochi – però – a tenere nel debito conto i dati normativi e di fatto. Un attento studioso del nostro diritto pubblico, Claudio Franchini, ha dimostrato (L’intervento pubblico di contrasto alla povertà, 2021) che sia per le misure introdotte prima del 2018, come il sostegno per l’inclusione attiva e il reddito d’inclusione, sia per il reddito di cittadinanza, è mancato un disegno complessivo. Di conseguenza, il denaro pubblico si è frammentato in mille rivoli. Sui dati di fatto, va ascoltata la voce di due autorevoli istituzioni pubbliche, la Banca d’Italia e la Corte dei conti. Già nello scorso anno la Banca d’Italia ha fornito un’analisi accurata del RdC (Le misure di contrasto alla povertà in Italia: un’analisi di microsimulazione, settembre 2020), riconoscendo che ha contribuito a ridurre il numero complessivo dei poveri e ad attenuare la condizione di bisogno (cioè l’intensità della povertà), ma sottolineando la necessità di ridisegnarlo, per favorire le famiglie numerose con minori, rispetto ai singoli. Dal canto suo, nella memoria trasmessa al Parlamento nel mese di aprile in occasione della discussione sul decreto-legge “sostegni”, la Corte dei conti ha confermato “l’esigenza di riconsiderare, a pandemia conclusa, l’RdC nei suoi punti di palesata debolezza, separando soprattutto la componente di contrasto alla povertà da quella di strumento di politica attiva del lavoro”, anche alla luce delle ulteriori risorse che si renderanno disponibili. Queste analisi contribuiscono a una migliore comprensione del problema di fondo, che non è il numero di casi – in sé preoccupante – in cui il reddito di cittadinanza è stato percepito da persone che non ne avevano diritto: è che esso non è stato inserito in un disegno complessivo e non ha raggiunto gli obiettivi di equità e di efficienza attesi. Non ha fornito il supporto necessario a quanti ne avevano più bisogno, cioè alle famiglie numerose, mentre solo una parte limitata dei beneficiari si è attivata per cercare lavoro e una parte ancora più limitata – all’incirca un decimo – lo ha effettivamente ottenuto. 

È chiaro che in questa fase, in cui bisogna uscire dalla crisi economica e sociale innescata dalla pandemia, non si tratta di spendere meno, bensì di spendere di più e meglio. Lo spreco delle risorse disponibili ma mal utilizzate è irreparabile sul piano economico, è intollerabile su quello etico e giuridico. Per porvi rimedio, bisogna superare la frammentazione degli strumenti di spesa, che favorisce l’opacità e il malaffare, fissare per ciascuno degli obiettivi di fondo – il contrasto alla povertà e l’avviamento al lavoro – i risultati da raggiungere nel breve e nel medio periodo e sottoporli a rigorose verifiche amministrative, a tappeto. Nel frattempo, va fatto tesoro dell’antico insegnamento secondo cui si può certamente “fare del bene mediante il denaro”, ma è molto meglio farlo “attraverso le opere”. Si tratta di promuovere l’occupazione e di fornire nuove opportunità a tutti, in particolare mediante la realizzazione di infrastrutture pubbliche, in modo da far sì che a quanti hanno ricevuto benefici pubblici non se ne aggiungano altri. Ciò serve anche a evitare il risentimento dei lavoratori che percepiscono redditi modesti, faticando ad arrivare alla fine del mese, ma non sono abbastanza poveri per accedere al sostegno pubblico. Un governo responsabile deve senz’altro far fronte alla povertà, ma deve anche tener conto delle condizioni generali, come la pressione fiscale elevata su quanti lavorano e le misure sociali destinate soltanto ai più svantaggiati. Altrimenti, invece di risolvere o quanto meno attenuare un problema, rischia di crearne un altro, ossia la tensione sociale.