La fissazione di Erdogan per i tassi bassi devasta la moneta e l’economia della Turchia

“Ho lanciato una lira in aria e quando è caduta a terra è diventata di 90 kuruş (cioè di 90 centesimi)”. È una metafora virale sui social in Turchia e rappresenta la velocità del deprezzamento della valuta turca rispetto al dollaro. Lunedì, in una mattinata, la lira ha perso circa il dieci per cento del suo valore rispetto al dollaro e l’undici per cento rispetto all’euro. La valuta turca si è deprezzata rispetto a quella americana di circa il quaranta per cento negli ultimi dodici mesi e del novanta per cento dal primo gennaio 2020. La Banca centrale del paese ha risposto tagliando i tassi di interesse di cento punti base, dal sedici per cento al quindici per cento, per il terzo mese consecutivo, dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha spinto per il taglio nonostante l’aumento dell’inflazione. Invece di fare dichiarazioni galvanizzanti per i mercati, Erdogan ha imposto ancora una volta alla Banca centrale di tenere bassi i tassi di interesse perché è convinto, in contraddizione rispetto alle teorie economiche ortodosse, che i tassi di interesse alti causino inflazione e ha spesso accusato la massima istituzione bancaria di non seguirlo, sebbene gli economisti sostengano che sia vero il contrario. Gli esperti dicono che la teoria del presidente turco contraddice princìpi fondamentali consolidati, secondo i quali il rialzo dei tassi sarebbe uno strumento da adottare con urgenza per frenare il tracollo della lira.

 

L’insistenza del presidente sul fatto che i tassi di interesse siano inflazionistici è un concetto etichettato dai suoi critici come “Erdoganomics”, l’economia secondo Erdogan. Per poter imporre la sua stravagante teoria, il leader turco ha dovuto mettere sotto controllo presidenziale, di fatto, la massima istituzione bancaria che gestisce la politica monetaria del paese e anche questo contraddice quanto avviene nei sistemi moderni di economia di mercato – nei quali vige il fondamentale principio dell’indipendenza delle banche centrali.

 

Gli economisti turchi che hanno criticato l’Erdoganomics sono finiti sotto tiro, accusati di essere “mandaci ekonomistler”, ovvero “economisti vassalli”, traditori, al servizio di potenze straniere. Il riferimento è al modo in cui vennero appellati alcuni intellettuali in Turchia dopo la guerra di liberazione (1919-23) quando si dichiararono favorevoli a un mandato della Lega delle nazioni che aveva il compito di definire i nuovi confini del paese. Erdogan fa un costante richiamo al termine nazionalista-islamico di Beka (“sopravvivenza”), con il quale si invoca la necessità della “difesa della nazione” e ripropone la sua narrazione: la Turchia sarebbe impegnata in una nuova guerra di liberazione, questa volta dal potere economico straniero.

 

In realtà Erdogan, da leader pragmatico, sostiene i bassi tassi di interesse per dare ossigeno all’imprenditoria fortemente indebitata con l’estero e molto legata al partito di governo, dal quale ha tratto grande nutrimento in questi 19 anni di potere. Le aziende turche e il governo devono rimborsare 13 miliardi di dollari di debito estero nei prossimi due mesi. Erdogan ha dunque la necessità di ottenere liquidità in valuta pesante da iniettare sul mercato e per questo cerca di normalizzare i rapporti con tutti i suoi vicini, perfino con Mohammed bin Zayed, emiro degli Emirati Arabi Uniti, fino a pochi mesi fa arcinemico del governo turco. Bin Zayed ieri è giunto ad Ankara nel palazzo presidenziale con un pacchetto di investimenti di 10 miliardi di dollari e con l’intento di aprire un corridoio commerciale verso la Turchia.