Il senso politico per Napoli (e il Pd) di Bassolino al ballottaggio

Non succede, ma se succede. Lo dice pure lui, sorridendo al telefono. Se succede: popcorn. Adesso l’ipotesi è quasi facile, periodo comunque alquanto ipotetico, dopo che una figuraccia da dilettanti ha escluso quattro liste che sostenevano Catello Maresca, il giudice candidato della destra. Ora che i sondaggi danno il candidato “ufficiale” della sinistra, il rettore ed ex ministro Gaetano Manfredi, al 47 per cento e lo sfidante di centrodestra inchiodato al 21. Non succede, ma adesso è divertente pensare che con il suo 17 per cento accreditato in crescita Antonio Bassolino, ex sindaco ed ex presidente della Campania, possa fare il colpo e arrivare al ballottaggio. Da autocandidato: se fosse un Gran premio si direbbe “scuderia non ufficiale”, ma pur sempre uomo di sinistra a tutto tondo. Sostenuto però  da una rete civica trasversale, tutta volontaria, e da Azione di Calenda. “Cinque liste: di più sarebbe ingovernabile”, dice. E il conto va in fretta alle 14 liste con cui dovrà fare i conti Manfredi. Sarebbe interessante vedere un ballottaggio tra il candidato di Pd, M5s, Articolo 1 e galassia annessa e l’uomo che meglio di chiunque ancora rappresenta a Napoli una tradizione di sinistra e di buona amministrazione.

    
Facile leggerla come una disfida tutta politica, una ripicca. Ma non è così, racconta puntiglioso Bassolino, partendo dall’inizio: “Io l’idea di arrivare al ballottaggio ce l’ho da sempre. Mi sono candidato consapevole della difficoltà, ma anche della grande responsabilità per Napoli”. Non ha grande fiducia negli altri candidati, pare di capire. “Non è questo. Io non mi sono candidato ‘contro’ nessuno, per il semplice motivo che l’ho fatto il 13 febbraio, molti mesi fa, per le elezioni previste in primavera. E nessuno ancora si era candidato”. La data la ricorda bene: “Quel giorno accaddero due cose. Il funerale di Paolo Isotta, al quale erano assenti tutte le istituzioni. Un grande napoletano, un uomo di destra ma un grande amico, che  da tempo mi diceva: càndidati. Misi la mano sulla bara, e capii che dovevo farlo”. L’altro fatto? “Il passaggio della campanella da Conte a Draghi. Stava accadendo qualcosa di decisivo per l’Italia, mi tornò alla mente Ciampi, capii che dovevo mettermi a disposizione”.

 
Così si è candidato da solo: partiti non pervenuti. “Andare in montagna mi ha insegnato molto: la fatica del salire, ma anche la fatica spesso più grave di scendere in basso. Diciannove processi e diciannove assoluzioni. Molti mi dicevano: chi te lo fa fare?” Non si può non chiederle cosa pensi di quelle vicende, e di magistrati che scendono in politica. “Non ho mai detto una parola fuori posto sul ruolo della giustizia. Ma conosco il dolore di una lunga solitudine politica, quando invece mi sarebbe bastato che il mio partito dicesse due semplici frasi: fiducia nella giustizia, e fiducia anche in Bassolino. Non hanno detto nulla”. 

  
Non hanno detto niente nemmeno stavolta. “Quando mi sono candidato non pensavo di essere solo: speravo e ho sperato molto nel Pd. Ho atteso a lungo un segnale, ma non è mai arrivato”. E tutti guardavano con bonario scetticismo all’ultima corsa del vecchio sindaco. “E invece ho continuato a battere la città, i condomini, a fare comizi nei cortili. Sabato scorso abbiamo presentato le liste e il programma, in un teatro. Un grande lavoro di volontari. E lo sa cosa è successo? Che intanto, in altre parti della città, c’erano candidati che si prendevano a schiaffi. Da noi non è accaduto”. Concreto e diretto, il programma lo riassume in “tre R”. Riparare “una città scassata”. Ricucire vecchie e nuove ferite. Rilanciare Napoli per il futuro. “Quello eletto sarà il sindaco del Recovery, avrà la responsabilità di accedere ai fondi europei. E i napoletani sanno due cose: che io so fare il sindaco, e che sono stato il sindaco di tutti”. Niente “contro”. Eppure, siccome Bassolino la politica la conosce bene, un senso politico preciso c’è. Lo stesso programma potrebbe rivendicarlo l’ex rettore scelto dal Pd. Trova la differenza. “Io questo percorso lo faccio come credo vada fatto: non trasportando a Napoli un modello nazionale deciso a Roma. La candidatura di Manfredi è frutto del ‘patto per Napoli’ che era stato fatto tra le forze che sostenevano il Conte II. Io invece voglio fare un ‘patto con Napoli’. Vuol dire che l’accordo non lo fanno i partiti del (precedente) governo: lo fa il sindaco eletto, dopo. E lo fa con Draghi, e con tutti i ministri del suo governo, di destra o di sinistra. In favore di tutta la città. Non si parte mai da un modello, e questo è vero tanto più in questo momento di passaggio. Con Draghi, e spero prosegua a lungo, stanno cambiando e cambieranno tantissime cose”.