Gualtieri: “Il Pd di Roma è guarito, Conte è interessato al mio ballottaggio”

Assicura Roberto Gualtieri: “Il Pd è guarito”.  L’affermazione presuppone una premessa. Perché il Pd in questione è quello di Roma, travolto dalle inchieste, dai congressi dopati, dai signori delle tessere, dal consociativismo. Passato da un lungo commissariamento con una diagnosi firmata  Fabrizio Barca: “Un partito dannoso e clientelare”. Sono passati sei anni. In mezzo c’è stata Virginia Raggi.

E adesso Roberto Gualtieri si propone come candidato sindaco dei dem e del centrosinistra. Non si sente come Enea che si porta  sulle spalle Anchise.

L’ex ministro  dell’Economia era partito senza particolare brillantezza per questa corsa verso il colle capitolino, dopo un lungo tira e molla della prima scelta: Nicola Zingaretti. Ma ora sembra cambiato – dopo un’estate di volantinaggio, dieta, giri per i mercati, lezioni di public speaking –: pare aver acquisito consapevolezza. E dunque in questo colloquio con il Foglio si può partire dal Pd romano, il suo partito. Dunque è guarito: ne è sicuro, Gualtieri? “Adesso il Pd non solo è guarito, ma è diventato protagonista di una coalizione che si candida a guidare la capitale con qualità, esperienza e innovazione. Il Pd è la nostra capolista: Sabrina Alfonsi, ma anche tanti giovani e uomini e donne di esperienza. Infermieri che hanno combattuto il Covid allo Spallanzani, ma anche figure dello sport e delle professioni. Insomma, il Pd sta al centro di una coalizione da una parte molto larga, ma dall’altra coesa”.

Di Gualtieri tutti dicevano che non si sa se sarebbe stato un buon candidato, ma di sicuro un buon sindaco sì. Mancando la seconda prova, per il momento fa vedere di essersi scrollato di dosso quella patina un po’ polverosa (ma forse è senso di responsabilità) che si poggia sulle spalle di chi deve gestire l’economia italiana. Sicché l’ex ministro, entrato in modalità nuova vita, dice anche che sarà “il leader della coalizione perché l’elezione del sindaco non è come quella che porta al premier: alle comunali c’è un sistema presidenziale”. E dunque il capo legittimamente eletto di tutta la baracca sarà lui: sia della giunta sia della maggioranza. Il candidato parla di Roma, di un programma totalizzante, come solo la città-mondo può essere. Ci si perde a seguirlo nei suoi progetti per la cultura diffusa (“portiamo i turisti anche in periferia”), per il sistema museale (“Va ripensata una bigliettazione che sia in base al reddito, senza precludere l’accesso alla cultura a nessuno, ma valorizzando i gioielli del comune”). 

Non sembra, questo sì, proporre una rottura netta e violenta nella gestione delle municipalizzate, dove i sindacati continuano  a governare spazi di interdizione, dove il giù le mani dal pubblico è un valore sacro, al di là della capacità reale delle società di produrre servizi competitivi. Il pensiero ovviamente corre all’Atac, l’azienda dei trasporti, ma anche all’Ama, quella dei rifiuti. 

Il Gualtieri amministratore alla fine della fiera dimostra di aver studiato, di conoscere i dossier, senza fare eccessivamente il guastatore perché sa che per vincere ha bisogno anche del voto di quelle forze che a Roma rappresentano lo stallo più corporativo. “Ma con me, cambieranno, non si può a prescindere minacciare. Bisogna saper  ascoltare per essere autorevoli e diventare poi inflessibili”. 
La mano che può essere piuma, ma anche ferro, insomma. Roma è anche il teatro di due partiti che a livello nazionale si promettono amore eterno e che qui non fanno altro che prendersi a calci sugli stinchi: il Pd e il M5s. Almeno al primo turno. Poi sarà un’altra musica. E  allora Gualtieri mette su una voce flautata per far capire che Giuseppe Conte, il leader dei grillini che fu il capo del suo governo, alla fine sarà in campo per lui. E magari con lui se al ballottaggio dovesse arrivare, come da sondaggi, Enrico Michetti, “appoggiato dalla peggiore destra estrema”, spiega, anticipando un tormentone del secondo turno, la classicissima  pregiudiziale anti-fascista.  

Ecco, Gualtieri ci parli di Conte: da quanto tempo  non vi sentite? Lo aspetta al secondo turno quando Raggi ormai sarà solo un ricordo? “Con Conte abbiamo un rapporto, anche umano: abbiamo passato insieme momenti abbastanza intensi della storia d’Italia e anche d’Europa”. Lo aspetta sul palco prima del ballottaggio? “Questo deve chiederlo a lui, mi sembrerebbe strano se fosse disinteressato da un ballottaggio con la destra. Mi aspetto il sostegno degli elettori del M5s e di chi come Conte lavora a una prospettiva unitaria di un centrosinistra con dentro il M5s per evitare la vittoria di Salvini e Meloni alle prossime elezioni politiche”. 
E qui Gualtieri si spinge in profondità. E spiega che una vittoria dei sovranisti a Roma sarebbe devastante non solo per la capitale, ma anche per le prospettive nazionali: “Da una parte c’è Orbán, dall’altra Mario Draghi e l’Europa. In mezzo c’è il Pnrr. Ecco perché sento su di me una duplice motivazione, ma anche una doppia responsabilità”.

Gualtieri non svela i nomi della sua squadra di governo, perché di tempo ancora ce n’è. Non dice chi sarà il suo assessore alla Cultura, ma annuncia che vorrà portare in Campidoglio alcuni servitori dello stato che ha incontrato nella sua precedente vita di ministro. L’ideale per un mix politico-tecnico, come egli è, d’altronde. Alla domanda se si sente di escludere l’ingresso del M5s in giunta dimostra di aver capito come si fa il candidato: “Ho già detto che non faremo apparentamenti”. Gualtieri ha capito che il sindaco di Roma pesa almeno quanto un ministro.