Elettrico e carenza di chip soffocano l’automotive. Ma un’opportunità c’è 

Tra la carenza di chip e la sempre maggiore diffusione dei motori elettrici, l’industria dei componenti dell’automotive è al centro di una bufera che ne mette a rischio la sostenibilità economica. Il sostegno del governo è stato ribadito ieri dal ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, che durante un question time alla Camera ha espresso i suoi dubbi sullo stop alla vendita di mezzi a benzina e diesel dal 2035 concordato da alcuni paesi alla Cop26 di Glasgow e ha rassicurato le aziende italiane che lavorano nel settore della componentistica, impiegando 161 mila addetti. Il governo italiano, ha detto Giorgetti, proporrà alla Commissione europea una revisione del pacchetto Fit for 55 al fine di favorire una gestione della transizione ecologica che tenga conto delle caratteristiche dell’industria italiana.

Tuttavia, le incertezze sul futuro rimangono. Una questione è sicuramente la transizione energetica. In Italia, guardando a tutto il settore dell’automobile (non solo Stellantis), sussiste il “rischio di 60-70mila esuberi”, spiega Ferdinando Uliano, segretario nazionale Fim Cisl. Molti di loro – pensiamo ai cinquantenni – non potranno essere formati nuovamente per lavorare sull’elettrico, rincara il suo collega Augusto Bisegna.

Dietro a questo declino non c’è solo la transizione energetica. Nel passaggio all’elettrico si riscontra anche una carenza di semiconduttori, i componenti di base dei chip, oggi sempre più richiesti. Le industrie che li producono – la maggior parte nel sud-est asiatico – non riescono infatti a stare al passo con la domanda, bloccando la catena.

Per dare i numeri della crisi, nei primi nove mesi di quest’anno Stellantis ha prodotto circa 528 mila tra autovetture e furgoni commerciali, come evidenziato a ottobre da un report di Fim-Cisl. Tolto il terribile 2020 (rispetto al quale la ripresa c’è) il confronto con il passato preoccupa. Nei primi nove mesi del 2019, infatti, uscirono dalle fabbriche italiane dell’allora Fiat Chrysler oltre 631 mila veicoli. L’effetto, dice il sindacato, è in gran parte riconducibile ai blocchi produttivi determinate dalla mancanza dei semiconduttori. L’unica produzione che non si è mai fermata è quella delle Cinquecento elettriche, che anzi sarà raddoppiata: da questi modelli dipende il rispetto dei vincoli sulla Co2 imposti alle case automobilistiche dall’Unione europea. La pena sarebbero salatissime sanzioni.

“Durante la pandemia, il mercato delle automobili è crollato, per cui molte imprese di semiconduttori hanno spostato le produzioni verso elettronica o telefonia, che invece erano in ascesa”, spiega Uliano. Il fenomeno, iniziato a gennaio di quest’anno, è esploso a settembre, con ordinativi che non vengono soddisfatti. Ma tutto ciò può essere un’opportunità per il nostro paese: intercettare questa domanda infatti si può. E non è detto che il governo non ci stia provando.

Circa un mese fa è trapelato che Intel (multinazionale statunitense dei chip) vorrebbe aprire in Europa: una sede potrebbe essere proprio in Italia. Lo stesso ministro Giorgetti, interrogato sul punto, ha confermato l’esistenza di un dialogo con il colosso americano. “La trattativa c’è, ci sono stati una serie di incontri, ma credo che sarebbe stato meglio se queste voci non fossero uscite. La riservatezza aiuta in questi casi”, aveva dichiarato all’Agi l’esponente della Lega.

Al di là delle indiscrezioni, ci sono anche dei progetti concreti. L’azienda italo-francese StMicroelectronics ha annunciato l’apertura di un impianto ad Agrate Brianza, mentre a Catania sta costruendo un sito di produzione di componenti per batterie. Ad Avezzano (L’Aquila) ha sede la LFoundry, ora in mani cinesi dopo vari passaggi, che produce sensori d’immagine impiegati soprattutto per le auto. I numeri attuali non basteranno certo ad assorbire gli esuberi causati dalla transizione ecologica, ma il settore è in crescita e scommetterci può voler dire creare posti di lavoro. La concorrenza in Europa è tanta, specie da parte di francesi e tedeschi. La partita per il futuro dell’industria, ormai proteso verso l’elettrico, si gioca ora.