Draghi omaggia la sinistra di governo. E ora Letta tifa per lui

Come era quel verso, “il governo Draghi non è il nostro governo”? E chi erano quei malfidati che parlavano di un governo di turboliberisti? A Bologna si è  messo fine a un malinteso. Mario Draghi ha celebrato la sinistra “grassa” di sapere e profumata con il floid. Il Pd lo incorona presidente fino al 2023, perché è lui, come suggerisce adesso il segretario, “il nostro punto di riferimento europeo”. Sì, il premier è andato a Bologna, che è la Betlemme della falce e del tortellino, la macina del Mulino e del cattolicesimo scanzonato. E’ arrivato a villa Guastallini per rendere omaggio a Beniamino Andreatta e ha trovato ad accoglierlo Romano Prodi, che gli ha sorriso e detto: “Evviva! Bentornato”.

  

  
Letta lo attendeva invece sulle scale. Cosa è accaduto ieri? E’ accaduto che il segretario del più grande partito di sinistra ha avuto modo di sedersi, per la prima volta e in pubblico, vicino al suo premier, e insieme a lui commuoversi al ricordo del caro maestro, un uomo che, come ha ricordato Draghi, ha saputo dire “molti no e pochi sì”, un accademico “generoso” che diceva: “Le cose vanno fatte perché si devono fare”. Non era forse un avviso di quanto succederà nei prossimi giorni quando sarà esteso il green pass? Era molto di più di un appuntamento. Chi può dire cosa si sono detti Draghi e Prodi nei minuti riservati? Chi gli ha parlato garantisce che hanno ragionato di Andreatta, il loro filo rosso, il cognome aleph. Letta e Draghi dicono invece che si siano solo incrociati, e non privatamente. Le testimonianze divergono. Ma non è importante. C’è una fisicità che conta più dei colloqui. Letta è infatti preoccupato per la folle scommessa di Matteo Salvini. È il capo leghista che tifa per la catastrofe, immagina il grande sbarco afghano. Vede nella sciagura la sua rinascita.

 

Perché il Pd ha bisogno di Draghi? Perché è il solo protagonista di valore dopo l’uscita di scena di Angela Merkel e le difficoltà interne di Macron. Perché solo lui può fare dell’immigrazione un tema europeo e sgonfiare quindi Salvini e Meloni. Perché solo lui, dicono al Nazareno, “può proteggerci dalla prossima tempesta, in uno scenario dove la Turchia si defilerà per favorire il passaggio dei rifugiati”. Solo Draghi può giocare la partita del debito comune. E’ accaduto dunque che un segretario come Letta abbia, ieri, avuto modo di confermare al premier che c’è un partito leale, che è anche un pezzo della sua storia accademica. E’ stata una giornata di prime volte. Per la prima volta un presidente emozionato ha raccontato la sua vita da professore: “Grazie ad Andreatta andai ad insegnare a Trento. Era l’università dove c’era Curcio; potete immaginare”. E ha utilizzato l’espressione “Andreatta mi segnalò all’università della Calabria” perché voleva spiegare che l’università era, e dovrebbe essere, quella bella comunità di spiriti indipendenti ma anche una famiglia morale e compatta, una piccola fronda con una certa idea del paese, che non è una frase snob. Solo a Bologna si potevano dire certe cose, solo nella città del piccolo Longanesi si poteva introdurre il concetto di “impopolarità” ed essere applauditi dai bolognesi, ugola e colesterolo: “Forza presidente!”.

  

Il professore Prodi era così felice che non ha solo afferrato la mano di Draghi, ma tutto il braccio. Voleva dire alla sinistra: “Ma cosa aspettate? Facciamolo nostro, adesso che quel ragazzotto di Salvini fa il matto”. Per la sinistra è stato un giorno da ricordare. A fianco del premier c’era la sua portavoce, che è la donna serietà e galateo, ma c’era anche il suo capo di gabinetto, Antonio Funiciello, che Stefano Bonaccini, il presidente della Regione Emilia, ha salutato come si saluta un vecchio compagno di scuola. È stato Bonaccini, sottovoce, a incoraggiare Draghi, che rispondeva: “Ci proviamo”. Mentre lo diceva, apparivano i bei visi antichi della fondazione Arel, Prometeia, Nomisma, tutte creature di Andreatta. Lelio Alfonso, che è stato l’uomo della comunicazione dei bei governi di sinistra, è venuto da Milano solo per vedere “passare” Draghi nelle mani di Enrico: “E adesso mi sento tranquillo. Posso anche andare”. Draghi avrebbe voluto invece restare e ricordare. Aveva preparato un discorso dove aveva scritto “professore Prodi” ma leggendolo si sarà detto: “Ma chi? Il mio amico Romano?”. Lo ha infatti chiamato “Romano” e Romano si aiutava con un ipad perché, e si scusava, sono davvero troppe le opere di “Beniamino”. Draghi invece leggeva e tornava indietro. La “nostalgia della giovinezza”, il ruolo degli intellettuali”. Non c’era distinzione tra il premier che festeggiava Andreatta e il premier che, un altro appuntamento ancora, chiudeva il G20 delle religioni. Anche qui ha sviluppato l’idea che “le cose si fanno” e che “in certi momenti della storia il non agire è immorale”, che i princìpi si difendono “con fermezza e carità” e che “bisogna essere all’altezza”. Quali sono i partiti all’altezza di Draghi? Ieri, il Pd, di fronte a una Lega ambigua, si candidava a “fare le cose che vanno fatte”, a sostenere ancora, e meglio, il governo. Il Pd ha cambiato riferimento.