Così il sostegno di Letta a Hidalgo fa storcere il naso a Macron

Al Nazareno mostrano di stupirsi di chi si stupisce. Perché è “perfettamente naturale”, dicono i collaboratori di Enrico Letta, che il segretario del Pd, uno dei leader della famiglia del socialismo europeo, decida di sostenere il candidato sindaco del Partito socialista francese. Basterebbe questo, insomma. E Letta, per di più, ci mette anche una stima personale, nei confronti di Anne Hidalgo, una confidenza costruita nei lunghi anni trascorsi alla guida di Sciences Po. E dunque quel suo “Bon courage” dedicato alla sindaca di Parigi nel giorno in cui lei ha deciso di annunciare ufficialmente la sua corsa alle presidenziali del 2023, oltreché dovuto è stato anche sentito.

 

E però all’Eliseo l’hanno letta in modo un po’ diverso, la faccenda. E se ne sono accorti in parecchi, non solo italiani e non solo francesi, ben prima che il tutto si rivelasse alla luce del sole. Perché già il 6 settembre scorso, quando Emmanuel Macron ha riunito i rappresentanti di Renew Europe la formazione del Parlamento europeo che al leader di En Marche fa riferimento, il malumore nei confronti dell’imminente ma previsto endorsement di Letta a Hidalgo era palese. E non era solo una questione di rapporti personali, che pure hanno il loro peso. La tensione è strettamente politica.

Perché Macron ha in mente una certa idea di dialettica politica, di qui ai prossimi mesi. E non a caso ha lanciato l’idea di una coalizione tra tutti i gruppi europeisti presenti a Bruxelles per contrastare e isolare le forze sovraniste. Nell’ottica del presidente francese la grande sfida, di qui alla fine della legislatura europea del 2024, è quella di promuovere una maggiore integrazione comunitaria: dall’introduzione di norme stringenti sul rispetto dello stato di diritto fino al superamento delle politiche di rigore con una ulteriore cessione di sovranità per quel che riguarda il bilancio e le regole fiscali, passando ovviamente per la difesa comune. Su questo, soprattutto, Macron intende chiudere un cerchio: perché proprio la Francia, che storicamente è sempre stata la grande oppositrice a qualunque progetto volto a creare un esercito comunitario, ora potrebbe farsene promotrice. E farlo, cioè, durante il semestre di presidenza europea che spetterà proprio a Macron a partire dall’inizio del 2022, e che sarà il suo viatico verso la sfida elettorale. Ed è in questo senso, dunque, che il presidente francese predica “l’opportunità di una convergenza tra liberali e progressisti, nel segno dell’europeismo”, perché, come ha spiegato ai suoi europarlamentari, solo evitando di polarizzare lo scontro politico tra destra e sinistra, tra socialisti e popolari, si potrà davvero progredire sul sentiero dell’integrazione politica e fiscale, e sull’autonomia strategica dell’Ue rispetto all’alleato americano.

 

E non che Letta non ci creda, nella bontà del disegno. E’ solo che per l’ex premier, il quale proprio a Parigi ha vissuto la sua conversione verso il gauchisme di nuovo conio abbandonando la sua cautela da giovane vecchio democristiano, la dialettica politica dei prossimi anni si muoverà lungo un asse politico più tradizionale: da un lato la sinistra, riscattatasi dal suo abbaglio d’inizio secolo lungo la terza via e la fiducia cieca nella globalizzazione, dall’altro una destra muscolare, conservatrice e neonazionalista. E dunque bene la maggiore integrazione europea, ma ancora meglio che ad attuarla sia l’alleanza dei progressisti. Di qui, dunque, pochi dubbi sul candidato da sostenere nella corsa all’Eliseo, tanto più che Macron rappresenta quell’idea di centrismo, di riformismo trasversale, che per Letta puzza un po’ di quello stesso tradimento della causa che a suo tempo caratterizzò il renzismo.

E però lo stupore di Macron pare sia stato comunque percepibile. Lo è stato quando, nel descrivere la parabola di Renew Europe nei prossimi mesi, il presidente francese ha auspicato un radicamento maggiore del suo movimento in Italia, dove attualmente conta sul solo contributo di Italia viva, e in Polonia, dove ancora il macronismo non ha riscosso grossi successi. Ed ecco allora la nota dolente: “Ma dunque il Pd sosterrà una mia rivale?”, si sarebbe domandato il leader di En Marche coi suoi collaboratori europei. E, per definire meglio la sostanza del suo malumore, ha ribadito la solidità del rapporto tra Parigi e Roma, la comunità d’intenti e d’interessi che lega la sua presidenza a quella di Mario Draghi, tanto più con una Germania in transizione, che attende il voto del 26 settembre come l’alba di un giorno nuovo, il primo da oltre tre lustri senza Angela Merkel alla cancelleria. Anche in questo senso si spiega la volontà dell’Eliseo di giungere alla firma del Trattato del Quirinale entro la fine dell’anno, con l’obiettivo non solo di rinnovare l’intesa e la collaborazione tra i due paesi, ma di rafforzarla come mai prima anche sui temi che nel recente passato hanno causato le maggiori frizioni tra le due capitali, come la gestione dei flussi migratori e la stabilizzazione di Sahel e Libia.

Ma al Nazareno non vedono conflittualità, in quest’ottica. Nel senso che le buone relazioni tra Francia e Italia prescindono, in massima parte, dal nome del presidente di turno a Roma e a Parigi. Certo, se si dovesse arrivare a un ballottaggio con Marine Le Pen in odore di vittoria, chiunque starebbe dall’altra parte avrebbe il sostegno pieno del Pd. Solo che Letta spera che ci sia Hidalgo, in quel ruolo. Una socialista. Una di famiglia. Ma d’altronde manca quasi un anno alle elezioni francesi. C’è tempo.