Cosa non piace a Cgil, Cisl e Uil del Green pass di Confindustria

Prima ancora che il merito, ha infastidito il metodo: la lettera di Confindustria sul Green pass obbligatorio, per Cgil, Cisl e Uil è da considerarsi uno scivolone. Ma i sindacati, dietro l’uscita improvvida, vedono anche un “non detto” che probabilmente è la vera ragione di tutto: e cioè il timore delle aziende di ritrovarsi a gestire casi di contagio interno e di doverli pagare a caro prezzo. Spiega Paolo Pirani, segretario generale della Uiltec, la maxi categoria della Uil che raduna le industrie: “Il Covid contratto sul luogo di lavoro, o anche in itinere, è considerato malattia professionale e per le aziende sarebbero costi importanti”.

 

Circola inoltre il sospetto che la lettera firmata dalla direttrice generale Francesca Mariotti abbia degli ispiratori precisi nelle aziende del nord Italia, dove la produzione è ripartita, le commesse fioccano e la voglia di riprendere a lavorare a pieno ritmo e in sicurezza è forte. Non si può certo dare colpa agli industriali se vogliono la sicurezza: non è quello che vogliamo tutti? “Sì – ammette Pirani – ma allora ci si metta al tavolo e si ragioni, come abbiamo fatto per i due protocolli, quello del marzo 2020 e quello, proprio sui vaccini nei posti di lavoro, di aprile scorso. Si deve continuare su questa strada, le fughe in avanti  non aiutano”.  Ma non potrebbe invece proprio l’aut aut degli industriali, o Green pass o niente stipendio, spingere verso un aumento delle vaccinazioni? “No, perchè la proposta di Confindustria è divisiva. Sui vaccini occorre convincere, non mettere paura”. Più carota che bastone, insomma. Personalmente, Pirani è favorevole al Green pass: “Come modalità di convivenza civile innanzi tutto. Mentre mi pare più difficile imporre un obbligo di vaccino, salvo ad alcune categorie, come scuola o sanità. Ma resta che chi non ha il vaccino non può essere lasciato a casa senza stipendio, non è costituzionalmente praticabile”.

 

Giudizio negativo anche in Cgil: se Maurizio Landini ha parlato di “colpo di sole” degli indstriali, per Emilio Miceli, che nella segreteria Cgil segue l’industria, l’uscita confindustriale sta solo creando un clima di confusione: “Il vero problema è che il 40 per cento della popolazione non è vaccinata. E poi c’è differenza tra la regolazione dell’intrattenimento o una cena al ristorante e il lavoro. Una cosa alla volta: adesso si vaccini presto il paese e poi si potrà fare una valutazione su quelli che ancora, inspiegabilmente, si professano No vax”. 

 

Che esista un problema, rispetto al numero delle vaccinazioni e la sicurezza sul posto di lavoro, insomma, non lo nega nessuno ma, appunto, è il metodo che non va: “Confindustria pensa che basti demansionare per risolvere i problemi”, aggiunge Miceli. Ma voi sareste d’accordo se il governo facesse un decreto per imporre il Green pass anche nei luoghi di lavoro? “Sono temi che si affrontano alla luce di due elementi: la situazione pandemica e la campagna di vaccinazione. Penso che il governo debba innanzitutto occuparsi di questo. E comunque, un decreto governativo che demansiona  o impone trasferimenti mi parrebbe singolare”.  

 

Anche in casa Cisl si ragiona soprattutto su come dare una “spinta dolce” ai vaccini, senza imposizioni e attraverso un confronto tra le parti: “Il nostro ruolo è quello di favorire in maniera responsabile la vaccinazione in tutti i luoghi di lavoro. Per questo rinnoviamo l’appello alle associazioni imprenditoriali di tornare a condividere un percorso di interventi utili a promuovere ulteriormente i vaccini”. Oltretutto, ricordano a Via Po, proprio il protocollo sulle vaccinazioni in azienda del 6 aprile scorso, firmato con Confindustria, precisava senza possibilità di equivoci che la campagna vaccinale sul posto di lavoro “dovrà essere effettuata nel pieno rispetto della scelta volontaria, rimessa esclusivamente al singolo lavoratore, evitando ogni forma di discriminazione”. Ma i protocolli, appunto, se le circostanze lo richiedono si possono aggiornare.