Come la Bce inizia a somigliare un po’ di più alla Fed

Con la nuova strategia di politica monetaria, la Bce diventa un po’ più simile alla Federal Reserve, ma non tanto da inglobare l’occupazione nel suo obiettivo principale che resta quello della stabilità dei prezzi. E il motivo lo ha ripetuto ieri la presidente Christine Lagarde: “La stabilità dei prezzi resta il miglior contributo che la politica monetaria può dare alla crescita economica”.

 

Ma un passetto verso la Banca centrale americana la Bce lo ha fatto raccomandando l’inclusione nell’indice di inflazione del costo delle case di proprietà, cosa che per la Fed è la norma. Come spiega al Foglio Andrea Ferrero, economista dell’Università di Oxford, “si tratta di un cambiamento rilevante perché vuol dire che la Bce si è convinta che il costo della vita delle persone debba riflettersi in modo più bilanciato nel livello d’inflazione”. L’attuale indice armonizzato dei prezzi al consumo (Iapc) include solo il costo degli affitti e non anche quello implicito di chi ha un appartamento di proprietà. “Questo fa in modo – prosegue Ferrero – che il peso che l’immobiliare assume nel calcolare il livello dei prezzi al consumo rappresenti all’incirca il 10 per cento in Europa e il 20-25 per cento negli Usa”.  Questa differenza non è stata irrilevante fino a oggi nell’orientare le decisioni dei policy maker delle due banche centrali.

 

In Europa ci sono voluti anni, anche a causa delle difficoltà nel reperire dati immobiliari omogenei, per arrivare a questo cambiamento e non è un caso che la Bce abbia scelto il momento in cui ha deciso di portare il target d’inflazione al 2 per cento simmetrico nel medio termine. Il basso livello dei prezzi in Europa è da anni il nemico e, fatte salve le fiammate dei prezzi degli ultimi mesi, lo sarà ancora a lungo. “La Bce proverà a far crescere l’inflazione, ma non sarà facile controbilanciare con il maggior peso della spesa per immobili l’ormai secolare spinta deflattiva che si è generata in Europa importando beni a prezzi bassi dai paesi asiatici e lasciando che le imprese mantengano bassi i costi di produzione portando gli impianti in aree dove pagano meno la manodopera”, osserva Ferrero.

 

Comunque sia, la revisione della strategia della Bce pare essere stata accolta male dalle borse europee, che hanno accusato gravi perdite. “Sullo sfondo è possibile che gli investitori percepiscano che spingere l’inflazione verso il 2 per cento – dice Pasquale Diana, macroeconomista di AcomeA sgr – rifletta la posizione di quella parte del board della Bce più incline a un ritiro graduale degli aiuti all’economia. Più crescono i prezzi più vuol dire che l’economia sta andando bene e che non c’è bisogno di ulteriori sostegni. Ma i fattori che preoccupano di più i mercati sono altri: l’aumento dei contagi, l’appiattimento della curva dei titoli di stato americani e il fatto che la Banca centrale cinese abbia abbassato i tassi”. Come si può interpretare questa decisione? “Forse l’economia cinese non va così bene come sembra”. Secondo Paul Diggle, vice capoeconomista di Aberdeen Standard Investment, gli aspetti più innovativi della revisione della strategia della Bce sono quelli relativi al cambiamento climatico. “Nel medio termine – osserva Diggle in una nota – la Bce ha intenzione di attuare un Qe verde, di essere più selettiva nell’includere le obbligazioni nelle operazioni a seconda delle credenziali climatiche delle aziende e di sottoporre l’Eurosistema a stress test considerando scenari di cambiamento climatico”. In questo altre banche centrali potrebbero seguire l’esempio della Bce.