Bonafede invoca lo strappo: “Meglio all’opposizione”. E Conte lo sfrutta per trattare con la Cartabia

A ora di pranzo, Pierantonio Zanettin e Lucia Annibali sbadigliano su una panchina del cortile di Montecitorio. Stanno lì, il deputato forzista e la collega renziana, ad attendere Godot. “Il Pd dice che dobbiamo aspettare intanto che loro convincono i grillini”. E in effetti pochi passi più là passa svelto Walter Verini, che  imbocca le scale: “Vado a parlarci. Finché c’è uno spazio di mediazione, va percorso fino in fondo”. Solo che su, al quarto piano, il M5s di mediare non ha alcuna voglia. Alfonso Bonafede è stato categorico, all’alba: “La proposta dem di un’entrata in viore differita della riforma? Non ci sta bene”.

 

Debora Serracchiani s’era infatti incaricata di proporre un “lodo”, o qualcosa del genere. “Estendiamo a tre anni i limiti per il processo d’Appello fino al 2024. Poi la riforma entra a regime e l’improcedibilità scatta dopo 24 mesi”. L’idea non faceva impazzire né Forza Italia né Iv. Ma da Via Arenula, e forse perfino da più alto loco, erano arrivati inviti alla conciliazione: “Così evitiamo lo strappo col M5s”. E invece, figurarsi. “Noi chiedevamo che la riforma scattasse direttamente dal 2024, così non ci stiamo”, rilanciano i grillini della commissione Giustizia. Una provocazione, per Marta Cartabia, anche perché una soluzione del genere ci renderebbe mancanti agli occhi dell’Europa rispetto agli impegni presi nel Pnrr. E allora Francesco Paolo Sisto, sottosegretario azzurro a Via Arenula, alla fine di un ufficio di presidenza di commissione che non è mai cominciato perché il M5s non sapeva come comportarsi, prova catechizzare il grillino Mario Perantoni. I due parlano fitto in un corridoio di Montecitorio, s’accalorano. Infine Sisto allarga le braccia: “Vabbè, ma allora non volete manco trattare”, dice al presidente della commissione Giustizia.

 

E forse un po’ coglie nel segno. Perché davvero nel M5s c’è chi accarezza la tentazione della rottura. Chi, nel riscoprirsi portavoce dei magistrati Gratteri e De Raho, nel rinnovato impeto manettaro delle origini, ritrova una propria ragione di stare al mondo. Rieccolo, l’eterno partito delle procure. E’ anche per questo che Bonafede, affiancato dal suo fedelissimo Vittorio Ferraresi, boccia con scientifica precisione qualsiasi proposta di mediazione, e anzi se la prende anche con la sua sottosegretaria alla Giustizia, quella Anna Macina colpevole, a suo giudizio, di essersi troppo docilmente piegata ai voleri della Cartabia. E’ per questo che, dice, “piuttosto che rimangiarci la nostra riforma sulla prescrizione, è meglio che ce ne andiamo all’opposizione”. Sono gli stessi ragionamenti che i parlamentari grillini in cerca di chiarimenti si sentono fare da altri interpreti della stagione del contismo: da Riccardo Fraccaro, da Lucia Azzolina. “Del resto se anche ci sfiliamo noi, i numeri Draghi ce li ha lo stesso”, spiegano. Spifferi, sospiri che, solo a intercettarli, Luigi Di Maio trasalisce: “Mai e poi mai”. Anche Federico D’Incà predica realismo (“Se pensiamo che la soluzione per difendere i nostri principi sia andare all’opposizione, sbagliamo”) a chi, come Angela Salafia, barricadera della commissione Giustizia, al ristorante di Montecitorio annuncia a voce alta, che tutti sentano, che “noi siamo pronti a fare opposizione”.

 

Una dialettica scombiccherata che s’alimenta dell’ambiguità di chi dovrebbe dettare una linea, e invece tentenna. Perché Giuseppe Conte per ora sta nel mezzo, fa il vago. Martedì sera, quando Giuseppe Brescia e Davide Zanichelli lo hanno incalzato direttamente sul tema (“Presidente, ma se ci bocciano i nostri emendamenti sulla riforma Cartabia, noi che facciamo?”), lui ha svicolato. E però poche ore prima, quando Bonafede e compagni organizzavano l’imboscata, lui era al corrente di tutto. E infatti di fronte alle obiezioni di alcuni deputati (“Ma davvero vogliamo presentare più di mille emendamenti?”), l’ex Guardasigilli troncava ogni dissidenza: “Giuseppe lo sa, e ha dato il via libera”. Lo stesso Giuseppe, beninteso, che il giorno prima aveva invece auspicato un’intesa pacifica, dopo l’incontro con Draghi a Palazzo Chigi.

 

Da quelle parti, peraltro, si sono convinti che la minaccia del Vietnam è più che altro strumentale: Conte, cioè, usa l’intransigenza di Bonafede, e forse perfino la fomenta, per strappare qualcosa in più. Una strategia che si scontra, però, con lo scoramento della Cartabia, che di tempo e di pazienza non ne ha proprio più. Quanto al tempo, del resto, non è l’unica a doverci fare i conti. Perché ieri pomeriggio, dopo molto confabulare e dopo l’ennesimo confronto di Conte coi suoi delegati di Montecitorio, la commissione Giustizia ha comunicato a Roberto Fico che no, entro il termine previsto del 23 luglio non è pensabile andare in Aula, ma ha al contempo sollecitato il presidente della Camera a disporre perché ci si arrivi “prima della pausa estiva”. Il che, in fondo, significa al massimo una settimana in più di discussione, e dunque un paio di giorni ancora per definire un accordo. A meno che non si voglia prolungare ulteriormente il calendario dei lavori. A Draghi, dopo tutto, se il disegno di legge venisse approvato a Ferragosto andrebbe benissimo. Al momento le vacanze non le ha ancora prenotate, lui.