Alitalia assurdità (postume) di bandiera

Siamo arrivati a un punto di svolta con Alitalia, ma solo fino a un certo punto. Visto il fallimento della compagnia aerea i sindacati hanno dovuto accettare un taglio del personale, molto più drastico di quello che hanno sempre rifiutato quando  si affacciava un acquirente. Ita, la nuova compagnia, decolla con un quarto del personale (2.800 dipendenti anziché 10.500), ma certe pratiche resistono. In particolare nella gestione degli esuberi.

 

La storia di Alitalia è caratterizzata da trattamenti di disoccupazione che definire privilegiati è un eufemismo: all’assegno ordinario era stata aggiunta un’indennità complementare pagata dal “Fondo volo” finanziato dai viaggiatori attraverso una tassa sui biglietti. Questo ha prodotto un sostegno al reddito per piloti e hostess pari all’80 per cento dell’ultima retribuzione, incluse le indennità di volo, senza alcun tetto massimo ed esteso fino a nove anni. Un trattamento semplicemente abnorme.

 

Ora si procede secondo la stessa logica, anche se in maniera più contenuta. Nel decreto fiscale appena approvato il governo mette 63 milioni per il sostegno al reddito dei dipendenti Alitalia e 212 milioni nel Fondo volo  per il 2022. Molto probabilmente in legge di Bilancio verranno aggiunte altre risorse per arrivare a due anni di cassa integrazione.

  

Qui c’è già un problema in partenza: la cassa integrazione per un’azienda in liquidazione è un controsenso, perché si conservano  posti di lavoro che  per definizione non esistono più. Così un’azienda come Alitalia che ha chiuso liquidando tutto – aerei, slot e persino il marchio – diventa una scatola vuota il cui unico scopo è far pagare i cassintegrati dallo stato. Per il governo era forse l’unica via per uscire dall’impasse con i sindacati, ma non è un modo accettabile per gestire le crisi industriali e le transizioni (visto che se ne parla così tanto). Eppure sarebbe persino accettabile se servisse a mettersi tutto alle spalle. Il vero problema è che non sarà affatto così: ogni anno, alla scadenza della Cig, i sindacati spingeranno per il rinnovo. E ogni anno la politica li accontenterà.