A 20 anni dal G8, Genova cerca disperatamente globalizzazione

A Genova, da anni, chiedono più globalizzazione e, da anni, non riescono a ottenerla. Vorrebbero, almeno una buona parte della città lo vorrebbe, migliori trasporti, treni decenti, strade e non imbuti, corsie percorribili e non sequenze di cantieri votati solo alla manutenzione di strutture comunque inefficienti. Vorrebbero il corrispettivo su terra della ancora straordinaria forza nei trasporti marittimi. Le cronache estive raccontano, invece, di una situazione che in agosto diventerà insostenibile.

   

Gli agenti marittimi dicono che in agosto “si rischia il blocco delle merci da e per il porto di Genova nel bacino di Sampierdarena”, perché dal 9 al 29 agosto non sarà utilizzabile, per lavori, la stazione ferroviaria marittima, mentre, per altri lavori, non sarà percorribile dal 3 al 26 agosto l’autostrada nel tratto tra Genova Ovest e Genova Pra’.

  

Suona tutto un po’ ironico. Genova che vuole la globalizzazione e non la ottiene. E poi i lavori, i cantieri, che dovrebbero essere la via d’uscita, offrire una speranza, e invece si trasformano in ulteriori ragioni di blocco. Perché si continua a porre mano a infrastrutture comunque non in grado di assicurare i collegamenti all’altezza del dinamismo del porto e delle produzioni locali. È inevitabile, certo, che si aprano cantieri, anche se forse migliori scaglionamenti nel tempo avrebbero ridotto i problemi, e salvato anche la stagione estiva.

 

Per il presidente Giovanni Toti “serve un piano straordinario per le autostrade liguri, dove si pagano decenni di incuria”. Ora arriva, però, il conto tutto insieme e, dice Toti, “su alcuni cantieri gli ispettori del ministero sono stati particolarmente rigidi e richiedono lavori che non possono essere fatti solo di notte”. Il risultato è il blocco totale agostano. Ma questa vicenda e la rabbia che ne segue sono solo una condizione occasionale. Da cui si esce solo con altri investimenti, altri cantieri, altri lavori.

 

La situazione non è confortante, ma qualche speranza c’è. Per avviare la Gronda (il passaggio a monte della città del traffico, compreso, ovviamente, quello dei Tir) servirebbe solo una firma del ministro Enrico Giovannini. Il resto c’è tutto, anche se, negli anni, si è passati, nel comune di Genova, per varie sfumature di sinistra, ciascuna con le sue sensibilità, passando da un impulso forte del sindaco Giuseppe Pericu (sinistra moderata, sviluppista), poi una prima frenata della sindaca Marta Vincenzi (sinistra, ma con un occhio al Ponente ligure), col primo débat publique italiano su un’opera, da cui derivò l’indicazione di portare in galleria gran parte del tratto assegnato invece a viadotti, con maggiori costi e problemi ambientali, e, ovviamente, rinvio dell’opera. Quindi il sindaco Marco Doria (sinistra del periodo con influssi a 5 stelle, movimentista), con un bel colpo di freno. E Marco Bucci (centro-destra) che eredita tutto questo e, dopo lo choc e l’impegno per la ricostruzione in seguito al dramma del ponte sul Polcevera, prova a riavviare i lavori e guarda speranzoso, appunto, alla penna del ministro Giovannini.

 

Poi c’è il Terzo Valico, ovvero il passaggio ferroviario che consentirà di uscire con i treni merci belli carichi in un quarto d’ora dalla Genova marina verso le zone oltre le montagne. Per Torino e Milano si scenderà finalmente sotto l’ora di percorrenza. Tutto bello, ma, passato il valico, si trova una ferrovia la cui portata va raddoppiata, altrimenti tutti questi obiettivi sarebbero vanificati. E siamo ancora a bussare a Giovannini, ma con la forza di opere già decise e, ormai, sottratte al giogo degli enti locali.

 

Ci sarebbe anche il Tunnel per collegare le tante realtà industriali della Val Fontanabuona con la rete autostradale. Anche quello va fatto in fretta, e sarebbero cantieri di cui nessuno si lamenterebbe. Perché le aziende, se possono, vanno via da quello storico luogo di insediamenti industriali, ma restano se sono collegate con il mondo. La globalizzazione serve per Genova (e dintorni), da vent’anni, disperatamente, si chiede, senza essere ascoltati, di favorirla.